tradimenti
La notte del gloryhole a Parigi
20.05.2026 |
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"Sonia, che nel frattempo stava succhiando il terzo uomo contro il muro, afferrò il telefono e scattò..."
La sera prima della partenza per Parigi con Sonia, Marco era un vulcano di energia nervosa. Era la mia ombra, un'ombra calda e insistente che non mi mollava un secondo. Le sue mani erano costantemente su di me: mi sfiorava la schiena mentre preparavo la valigia, mi stringeva i fianchi mentre lavavo i piatti, mi baciava il collo con una fame che sembrava insaziabile. Per tutta la serata, la protuberanza del suo cazzo rigido contro i pantaloni era una presenza costante, un promemoria silenzioso della sua eccitazione.Avrei potuto abbassargli i pantaloni lì, in cucina, e fargli un pompino veloce per calmarlo. Ma avevo altri piani. Piani che richiedevano accumulo di tensione, frustrazione dolce, desiderio represso.
Dopo cena, andammo a coricarci presto. Lui doveva svegliarsi all'alba per la trasferta di quattro giorni. Una volta in camera, ci spogliammo in silenzio. La luce della luna filtrava dalle persiane, disegnando strisce d'argento sui nostri corpi nudi.
Appena ci sdraiammo, lui si attaccò a me come un'ostrica allo scoglio. Il suo corpo era caldo, teso. Sentii la sua erezione, dura come il marmo, premere contro la mia coscia. Lasciai una mano scivolare giù, afferrandolo. Era bollente, la pelle del glande liscia e tesa come seta tirata.
Mi sussurrò all'orecchio, il respiro caldo e affannoso: «Non vedo l'ora di sapere cosa farai con Sonia a Parigi. Devi raccontarmi tutto. Ogni dettaglio. Voglio vedere le foto. Voglio vederti dentro al gloryhole. Voglio che tu goda il più possibile.»
Glielo promisi, accarezzandolo con movimenti lenti e deliberatamente frustranti. «Mi eccito ancora di più quando ti vedo così», sussurrai in risposta, le labbra contro il suo lobo. «Così carico, così pieno di voglia di scoparmi… e non potrai farlo. Per quattro giorni.»
Sentii il suo corpo irrigidirsi. «Cosa?»
«Non ti scoperò fino al tuo ritorno», dissi, la voce un filo di seta avvelenata. «Fino a quando non sarai tornato, e non avrai ascoltato ogni singolo dettaglio di quello che ho fatto con altri uomini. Solo allora.»
Marco emise un gemito, una miscela di frustrazione e piacere perverso. «Sei crudele.»
«Lo so», sorrisi, baciandolo sulla bocca. «Ma ti piace.»
Si mise l'anima in pace, o almeno ci provò. Dormimmo, ma per tutta la notte sentii il suo cazzo duro premermi contro la schiena o il ventre. Sapere che era lì, eccitato al limite, sapendo che per quattro giorni non mi avrebbe toccata mentre io sarei stata nelle mani (e nei corpi) di sconosciuti… quella conoscenza mi accendeva come un falò. Era un potere dolce e perverso, e ne ero ubriaca.
Il giorno successivo, Marco partì all'alba. Prima di andarsene, mi diede un bacio passionale, uno di quelle esplosioni di lingua e desiderio che lasciano senza fiato. Mi mise una mano sotto la vestaglia, le dita che trovarono la mia umidità già presente.
«Sei già bagnata», mormorò contro le mie labbra, la voce roca di sonno e desiderio. «Per chi?»
«Per tutti», risposi, mordendogli il labbro inferiore.
Poi se ne andò, lasciandomi con un addome che fremeva di anticipazione.
Andai a prendere Sonia a casa sua. Salì in macchina con uno zaino piccolo ed elegante. Senza preamboli, mi aggrappò alla nuca e mi diede un bacio a stampo.
Il tragitto per l'aeroporto fu breve ma intenso. Mentre guidavo in autostrada, Sonia si sistemò sul sedile e, con un gesto teatrale, sollevò la sua gonnellina estiva di lino chiaro.
«Niente intimo», annunciò con un sorriso malizioso. «Per tutti e quattro i giorni. Solo canottiere, magliette, pantaloncini corti o gonnelline. Niente che possa ostacolare l'accesso.»
Io, senza distogliere lo sguardo dalla strada, mi alzai la maglietta di cotone leggero. Le mie tette erano libere, i capezzoli già duri contro il tessuto. Poi, con una mano, tirai su l'orlo dei miei pantaloncini della tuta neri, cortissimi e slabbrati sul fondo.
«Stessa lunghezza d'onda», dissi.
I pantaloncini erano così corti che, da seduta, se aprivo leggermente le gambe, si intravedevano le mie labbra perfettamente depilate. Sonia fece un suono di approvazione e mise una mano sulla mia coscia nuda, le dita che disegnavano cerchi vicino all'inguine.
In aereo, i posti erano tre: io al centro, Sonia al finestrino e una ragazza giovane, forse ventenne, con gli auricolari e un'aria timida, al corridoio.
Essendo tutte e tre magre, avevo spazio per le gambe. Ne approfittai. Mi sedetti e aprii deliberatamente le cosce, tanto che l'orlo dei pantaloncini scivolò verso l'interno, esponendo quasi completamente la mia vulva glabra e umida alla luce soffusa della cabina.
Io e Sonia parlavamo a bassa voce, ma non troppo. Parlavamo di Parigi, dei locali, delle nostre aspettative.
«Mi fai rivedere quelle foto?» chiese Sonia ad un certo punto, con un tono che sapeva di finzione. «Quelle del campeggio?»
Le passai il mio cellulare. Lei cominciò a scorrere la galleria, girando lo schermo verso di me ogni tanto per commentare.
«Dio, guarda questa», sussurrò, fingendo un tono scandalizzato ma con gli occhi che brillavano. La foto mostrava la mia vagina spalancata dopo una doppia penetrazione, rivoli bianchi che colavano da entrambi i buchi.
«E questa!» esclamò più forte, mostrandomi una foto di me in ginocchio con due cazzi in bocca contemporaneamente.
«Cosa ne pensa Marco di questo viaggio?» chiese Sonia, alzando ancora un po' la voce.
«È eccitato», risposi io, senza abbassare il tono. «Vuole sapere quanti cazzi mi scoperò. Più sono, meglio è.»
Dalla coda dell'occhio, vidi la ragazza al mio fianco irrigidirsi. Aveva tolto un auricolare. I suoi occhi, furtivi, scendevano sullo schermo del mio telefono che Sonia teneva inclinato. Stava guardando. Stava ascoltando. Vidi il rossore salirle alle guance, ma non distolse lo sguardo.
Atterrammo a Charles De Gaulle. La ragazza si alzò in fretta per prendere il suo bagaglio a mano. Io mi alzai dopo di lei, per prendere il trolley dalla cappelliera e Sonia si spostò nel posto più esterno.
Mentre ero in piedi, il corpo teso per raggiungere la cappelliera, i miei pantaloncini si tirarono ancora di più. Sonia, con un movimento rapido e naturale come se mi sistemasse la maglietta, mi scostò delicatamente l'orlo del pantaloncino sul lato sinistro e infilò due dita dentro di me, bagnandole nella mia umidità.
La ragazza accanto a noi vide tutto. I suoi occhi si spalancarono, la bocca si aprì in un piccolo "o" di stupore.
«Ah… però», borbottò, arrossendo violentemente. Poi, con un coraggio improvviso, aggiunse: «Divertitevi qua a Parigi… e scopate anche per me.»
La salutai con un sorriso. Sonia, dopo essersi leccata lentamente il dito che aveva infilato in me, guardando dritto negli occhi la ragazza, disse con voce chiara e provocante: «Scoperemo per quattro giorni, tesoro. Ne siamo certe.»
L'hotel a Montmartre era piccolo e accogliente. La nostra stanza aveva un grande letto matrimoniale e una vista sui tetti di Parigi. Ci facemmo una doccia veloce insieme, sapone e risate che scivolavano su corpi già elettrici di anticipazione. Poi uscimmo, vestite solo con le nostre gonnelline corte e le canottiere senza reggiseno.
Girammo per la città come turiste qualsiasi, ma ogni nostro sguardo incrociato, ogni nostro sorriso condiviso, era carico di significati nascosti. Il Louvre, la Senna, Notre-Dame… erano solo lo sfondo per la nostra tensione crescente.
Verso sera, la stanchezza della passeggiata era nulla rispetto al fuoco che ci bruciava dentro. Impostammo sul telefono l'indirizzo del locale che Sonia aveva trovato. Era in una stradina laterale del Marais, una porta anonima con solo un campanello.
Suonammo. Ci aprì un uomo anziano e impassibile che, dopo averci fatto un cenno, ci indicò una scala stretta che scendeva nel sottosuolo.
Ogni piano era un universo a sé. Al primo, una stanza con pareti ricoperte di specchi e attrezzi da bondage. Al secondo, una piscina piena di olio tiepido dove corpi nudi si muovevano lentamente. Noi proseguimmo.
Al terzo piano, trovammo quello che cercavamo. Il pavimento era di vetro trasparente resistente. Sotto, in una stanza illuminata da luci rosse, una dozzina di uomini seduti su poltrone guardavano verso l'alto.
Senza esitazione, io e Sonia ci inginocchiammo sul vetro, una di fronte all'altra. Le nostre gonnelline erano già scomparse. Sotto di noi, vidi occhi che si spalancavano, bocche che si aprivano. La mia vagina era esposta, aperta, umida. Quella di Sonia anche.
Cominciammo a toccarci. Le mie dita trovarono il suo clitoride gonfio, le sue dita scivolarono dentro di me. Ci guardavamo, sorridendo, mentre sotto di noi gli uomini si masturbavano, i loro cazzi in bella vista attraverso il vetro.
Poi salimmo al quarto piano. La porta recava una semplice targhetta: "Gloryhole".
Entrammo. Era una stanza stretta e lunga, illuminata da una luce fluorescente fioca. Una panchina imbottita correva lungo una parete. Di fronte, l'altra parete era di legno scuro, e in essa erano stati praticati una dozzina di fori a diverse altezze. Sotto ogni foro, un piccolo sgabello.
L'aria era densa dell'odore di disinfettante, sudore e eccitazione.
Ci chiudemmo dentro. Il silenzio era rotto solo dal nostro respiro e da rumori soffusi dall'altro lato del muro.
Tirai fuori il mio cellulare. La prima foto fu per Marco: io e Sonia, completamente nude davanti alla parete dei buchi, sorridiamo come due ragazzine in gita. La inviai.
Poco dopo, i buchi cominciarono a riempirsi.
Uno dopo l'altro, cazzi di ogni forma, dimensione e colore spuntarono attraverso gli orifizi nel muro. Alcuni erano già duri e pulsanti, altri semi-morbidi che si indurivano sotto i nostri sguardi.
Il cellulare divenne un'estensione della mia mano. Click. Un primo piano di un cazzo lungo e sottile che entra nel buco. Click. Sonia che si inginocchia davanti a uno spesso e ricurvo. Click. La mia mano che afferra due contemporaneamente.
Arrivò il primo messaggio di Marco. Una sua foto: lui in una camera d'albergo anonima, il cazzo in mano, duro, sullo sfondo un letto disfatto. Il messaggio diceva: "Sono qui."
Il patto tra me e Sonia era semplice: nessun cazzo doveva andarsene insoddisfatto. Dovevamo farli venire tutti.
Cominciammo con i pompini per scaldarci. Mi inginocchiai davanti al primo buco. Non vedevo l'uomo dall'altra parte. Vedevo solo il suo cazzo: pulito, circonciso, di media grandezza. Lo presi in bocca con avidità, sentendo la pelle liscia scivolare sulla mia lingua. Dopo un minuto, lo passai a Sonia. Lei lo succhiò con un'energia selvaggia, le sue mani che massaggiavano le mie tette mentre lo faceva.
Il primo venne rapidamente, con un gemito soffocato dall'altra parte del muro. Un getto caldo che riempì la bocca di Sonia. Lei deglutì, poi si pulì la bocca con il dorso della mano e mi passò il telefono.
Feci la foto rituale: il cazzo flaccido e sporco che si ritirava dal buco, la mia mano con l'indice alzato a indicare "1". Poi un selfie: io con un sorriso trionfante, le labbra ancora lucide, il pollice alzato. Sonia scattò e inviò a Marco.
Il secondo cazzo era già pronto nel buco accanto. Questo era più grosso, con un glande a fungo impressionante. Lo presi in mano, massaggiandolo fino a farlo diventare di pietra. Poi mi girai, appoggiandomi con le mani al muro, e lo guidai dentro di me.
«Foto!» ansimai a Sonia.
Lei si inginocchiò davanti a noi, il telefono puntato sul punto in cui il cazzo scompariva nella mia carne. Click. L'immagine era oscena e bellissima: si vedeva chiaramente la distensione delle mie labbra attorno all'asta imponente, i miei umori che luccicavano alla luce fioca.
L'uomo dall'altra parte del muro mi scopò con foga rabbiosa, senza pietà. Ogni sua spinta mi schiacciava contro il legno. Ero sul filo dell'orgasmo continuo, un brivido perpetuo che mi percorreva la schiena.
«Sto per venire!» gridò una voce ovattata dall'altra parte.
Lo tirai fuori appena in tempo. Mi girai e uno schizzo caldo e abbondante mi colpì il petto, schizzando fino al collo. Rimasi immobile mentre finiva, sentendo lo sperma scorrere sulla mia pelle.
Poi raccolsi con un dito una generosa quantità dal mio seno e me la portai alla bocca, leccandomela lentamente mentre guardavo l'obiettivo di Sonia. Click. Foto numero due.
Lo ripulii con la bocca fino all'ultima goccia, sentendo il suo membro rabbrividire tra le mie labbra. Appena si ritirò, un altro buco si riempì.
Questa volta se lo prese Sonia. Non ci furono preliminari. Si girò, si piegò in avanti e guidò il cazzo – medio, diritto – direttamente nel suo ano.
«Oh, cazzo!» gemette, mentre lui entrava.
Io ero davanti a lei, le sue tette tra le mie mani, le mie dita che strizzavano i suoi capezzoli duri. Lei, con una mano libera, mi cercò tra le gambe e cominciò a masturbarmi con dita esperte.
Scesi per baciarla. Le nostre lingue si incontrarono, mescolando i sapori del sesso altrui. «Sai di cazzo», mi disse lei rompendo il bacio, gli occhi vitrei di piacere.
Quelle parole mi diedero una scarica elettrica. Mi spostai di lato, afferrai le natiche di Sonia e le aprii ancora di più, offrendo alla mia vista (e a quella del mio telefono) lo spettacolo del cazzo dello sconosciuto che entrava e usciva dal suo buco stretto e scuro.
Lui venne con un grido soffocato, il suo sperma che schizzò sulla schiena bassa di Sonia. Io, da brava amica, mi chinai e con la lingua raccolsi tutto ciò che potevo dalla sua pelle, poi tornai a baciarla profondamente, passandole il sapore salato del suo amante anonimo.
Eravamo in estasi. E avevamo appena iniziato.
Il tempo perse significato. Tra un cazzo e l'altro – alcuni finiti con pompini veloci, altri con seghe abili – ci dimenticammo del telefono, di Marco, di tutto tranne che della sensazione di carne viva sotto le nostre mani, nelle nostre bocche, dentro di noi.
Fu solo quando decisi di controllare il telefono per fare altre foto che vidi la sequenza di messaggi di Marco.
"Allora? Avete finito? Siete andate a Parigi e avete fatto solo un misero pompino?"
"Ragazze? Silenzio radio?"
"Mi state facendo preoccupare."
"O mi state facendo impazzire di invidia."
"Dannazione, rispondete."
Sentii una fitta di piacere perverso. Marco era frustrato, geloso, eccitato oltre ogni limite. Mi aveva lanciato una sfida implicita: fino a dove osate arrivare?
La risposta non si fece attendere.
Aprii la galleria e selezionai una raffica di foto: la tre (un cazzo ricurvo che entrava nella mia figa da dietro), la quattro (Sonia che prendeva due cazzi in bocca contemporaneamente), la cinque (il mio sedere rosso dopo una serie di schiaffi da uno sconosciuto), la sei (un primo piano della mia vagina aperta), la sette (Sonia che veniva sul pavimento mentre un uomo la masturbava attraverso il buco), l'otto (un selfie nostro sporche di fluidi, sorridenti ed esauste).
Le inviai tutte in blocco.
La risposta di Marco arrivò immediatamente: "Ah, allora vi state dando da fare! Siete lì da tre ore e state ancora scopando? Siete magnifiche! Porche assolute. Non vedo l'ora di rivederti al ritorno... e di sentire ogni dettaglio."
Sorrisi. Eravamo magnifiche. E non avevamo ancora finito.
Volevo godere al massimo. Volevo spingermi oltre il limite che nemmeno io conoscevo.
«Sonia», sussurrai mentre ci riprendevamo per un attimo, appoggiate al muro sudato. «Apriamo la porta.»
Lei mi guardò, gli occhi che brillavano nella penombra. «Cosa?»
«Apriamo la porta della cabina. Lasciamo che entri chi vuole.»
Non ci pensò due volte. Con un gesto deciso, aprì la porta che dava sul corridoio stretto.
Per un attimo ci fu silenzio. Poi le ombre si mossero.
Io mi sdraiai a pancia in su sul pavimento freddo di linoleum. Sollevai le gambe dritte verso il soffitto. Sonia mi afferrò le caviglie e le tenne aperte, offrendo la mia vagina completamente esposta alla luce e agli sguardi di chiunque fosse nel corridoio.
Poi Sonia si mise sopra di me, accovacciata, la sua figa a pochi centimetri dalla mia faccia.
Cominciai a leccarla mentre sentivo dei passi avvicinarsi.
Non vidi chi fosse. Sentii solo delle mani maschili che afferravano i miei fianchi. Poi la punta di un cazzo che cercava l'ingresso e lo trovava.
Penetrazione immediata, senza preamboli.
Lui mi scopò velocemente, brutalmente. Non era un amante, era una forza della natura che usava il mio corpo per il suo piacere. E io lo accoglievo, offrendomi totalmente, leccando nel frattempo la figa di Sonia che grondava sui miei lineamenti.
Lui venne rapidamente, uno schizzo caldo sul mio addome piatto. Si ritirò senza una parola.
Un altro prese immediatamente il suo posto. Poi un altro ancora.
Ero diventata un oggetto pubblico, un orifizio disponibile. E adoravo ogni secondo. Adoravo il fatto che Marco, dall'altra parte del telefono, sapesse che stava succedendo questo. Che sua moglie era sul pavimento sporco di un gloryhole parigino, usata da sconosciuti mentre leccava la figa della sua amante.
Dopo non so quanti uomini – persi il conto dopo il decimo – sentii che stavo per venire. Un orgasmo immenso stava salendo dalle profondità del mio essere. Ma mi dispiaceva fermarmi.
«Basta», ansimai a Sonia. «Selezioniamo.»
Ci alzammo dal pavimento. In piedi nella porta della cabina aperta, guardammo gli uomini che affollavano il corridoio – forse una decina – alcuni ancora con il cazzo in mano, altri che si vestivano frettolosamente.
«I più grossi», dissi a Sonia con voce roca. «Quattro.»
Con uno sguardo esperto, ne indicammo quattro tra la folla. Uno alto e muscoloso con un membro impressionante per lunghezza e spessore. Uno più giovane, con un cazzo ricurvo e con un piercing al glande. Uno sulla quarantina, con un corpo normale ma un pene sproporzionatamente grosso e venoso. Uno più anziano, ma ancora in forma, con un'erezione solida.
Li facemmo entrare nella cabina e chiusi la porta dietro di loro.
L'aria diventò subito calda e carica di testosterone.
«Premio», annunciai a voce alta, anche se tremante per l'eccitazione. «Venite tutti dentro di me. O in culo o in figa.»
Il più anziano si sdraiò per primo sul pavimento. Senza esitare, mi ci sedetti sopra, inguainando il suo cazzo enorme dentro di me in un solo movimento fluido.
La sensazione fu di riempimento totale, quasi dolorosa nella sua intensità. Sentivo la punta battermi contro il fondo, una sensazione profonda e primitiva. Ormai, dopo tutte quelle penetrazioni, entrava senza alcuna fatica nonostante le sue dimensioni.
Il secondo – quello con il piercing – non volle aspettare il suo turno. Mentre ero ancora impalata sul primo, si mise sopra di me e cercò l'ingresso della mia vagina già occupata.
«Non c'è spazio!» gemetti, ma lui insistette, premendo.
Con uno sforzo che mi fece urlare dal dolore misto a piacere, riuscì a infilare la punta del suo cazzo ricurvo accanto a quello già dentro di me.
Era una sensazione pazzesca, inconcepibile. La mia vagina era stirata all'inverosimile, divisa in due da due colonne di carne. Mi sentivo squarciata, aperta in modo innaturale eppure incredibilmente eccitante.
«Sonia! Foto!» gridai.
Sonia, che nel frattempo stava succhiando il terzo uomo contro il muro, afferrò il telefono e scattò. La foto era da manuale: si vedevano chiaramente le due basi dei cazzi affiancate alla mia apertura vulvare, le mie labbra distese fino al limite su entrambi i lati.
I due uomini iniziarono a muoversi all'unisono, trovando un ritmo sincronizzato che mi fece perdere il senso della realtà. Ero solo un contenitore, un oggetto da riempire.
Vennero quasi in contemporanea. Sentii due getti potenti e caldi scoppiare dentro di me in rapida successione. Un fiume di sperma che mi riempiva fino all'orlo.
Sonia riuscì a fare un video mentre i due cazzi si ritiravano da me: rivoli bianchi e densi sgorgavano dalla mia vagina rimasta spalancata, un buco osceno e meraviglioso che non riusciva più a chiudersi.
Mentre inviava il video a Marco – che rispose immediatamente con un messaggio: "Dio mio... vorrei essere lì a ripulirti" – gli altri due uomini si rivolsero a Sonia.
Uno la prese da dietro, penetrandola nell'ano con forza mentre lei si appoggiava al muro. L'altro le offrì il suo cazzo alla bocca e lei lo ingoiò fino in fondo, facendolo venire in gola in pochi secondi.
Quando finalmente se ne andarono, lasciandoci sole nella cabina fetida e umida di sudore e sperma, io e Sonia ci guardammo.
Eravamo distrutte. Senza forza. Sporche di sperma in faccia, sui seni, tra le gambe, sui vestiti ammucchiati in un angolo. I nostri corpi erano mappe di morsi, graffi e liquidi essiccati.
Ma nei nostri occhi c'era una luce identica: di trionfo, di complicità assoluta, di fame saziata solo per il momento.
Ci abbracciammo, ridendo debolmente, sentendo le nostre pelli appiccicose attaccarsi l'una all'altra.
Uscimmo dal locale come due fantasmi. I nostri vestiti si attaccavano alla pelle umida. L'aria fresca della notte parigina ci fece rabbrividire.
In taxi verso l'hotel, nel silenzio ovattato dell'auto, mi voltai verso Sonia. La sua testa era appoggiata al vetro, gli occhi chiusi per la stanchezza.
«Sonia», sussurrai.
Lei aprì gli occhi, uno sguardo stanco ma intenso.
«Sai», continuai, accarezzandole una gamba nuda. «Sai di cazzo anche te e vederti godere così… mi fa venire voglia di scoparti ancora adesso.»
Un sorriso stanco le sollevò gli angoli della bocca.
«Domani è un altro giorno», dissi io, mentre Parigi scorreva fuori dal finestrino illuminata dalle luci della notte. «E voglio stuzzicare qualche ignaro ragazzo per strada. Qualche turista timido… qualcuno che non sappia cosa lo aspetta.»
Sonia aprì completamente gli occhi. La stanchezza sembrò dissolversi per un attimo, sostituita da una scintilla di nuova eccitazione.
«Che dici?» chiesi.
Lei non rispose con le parole. Si spostò sul sedile e mi baciò. Un bacio lungo, lento, che sapeva di sperma e di promesse per il giorno dopo.
Era tutto ciò che dovevo sapere.
Parigi aveva appena cominciato a mostrarci i suoi segreti.
E noi avevamo ancora tre giorni per esplorarli tutti
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